CASTELLO DI ZAK: IL PARADISO DELLA STREET ART

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Questo non è né un luogo comune né una classica storia urbex come le tante che potrete trovare all’interno di The Urbex Cafe. Questa è la storia della rinascita e della seconda vita di un’ex fabbrica abbandonata, che merita una menzione anche all’interno della nostra pagina.

Scatti di @run_and_art

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Un palazzo dove tutti hanno una seconda possibilità, dove l’arte e la bellezza fanno da padrone e sono date dalle cose più semplici: vi portiamo all’interno delCastello di Zak, un luogo affascinante nato dalla mente e dal cuore diZakaria Jemai.

In un’ex fabbrica abbandonata a Cormano, appena fuori Milano, si trova un posto particolarissimo:il Castello di Zakula o di Zak. Nei suoi circa 18mila metri quadrati accoglie installazioni, sculture, murales, quadri e graffiti di artisti provenienti da tutto il mondo. Inizialmente, questa enorme zona nella periferia di Milano, era stata destinata dal comune alla costruzione di un’area residenziale popolare, dotata di ogni genere di servizio, ma il progetto non venne mai terminato. Oggi, invece, è un tempio dell’arte urbana ricavato negli spazi di un’ex azienda chimica.

Ad abitare questo luogo apparentemente in rovina è Zakaria Jemai, un signore dall’aria misteriosa e sempre con il cappello in testa, chiamato da tutti zio Zak; un sessantenne di origine tunisine che vive in Italia da oltre trent’anni, e che dal 2011 è il “custode” di quello che è stato ribattezzato appunto il Castello di Zak.

❝..Questo posto non mi appartiene, ma lo custodisco.

Zakaria jemai
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Scatti diRoberto Barraco @run_and_art📸

Conosciamo un po’ meglio l’uomo che ha dato vita a tutto ciò.
Zakaria Jemai, come già detto in precedenza, nasce in Tunisia negli anni Cinquanta da due genitori che lavoravano nel mondo dell’istruzione e che lo avvicinano alla cultura in ogni sua forma. Lozio Zakinizia a girare il mondo lavorando come chef, ottiene una laurea in Diritto Amministrativo ed acquisisce ottime conoscenze nelle lingue straniere quali inglese, italiano, francese e diversi dialetti arabi. Arriva in Italia negli anni ’80, dove crea una famiglia e dal suo matrimonio nascono due figli dei quali va immensamente fiero: un maschio, oggi chef in Danimarca, ed una femmina, atleta tricolore.
Un giorno però, a causa di sfortunati eventi, il suo mondo crolla all’improvviso perdendo ogni cosa, facendo di lui un clandestino. Tutto questo però non scalfisce Zakaria, che armato di quella forza di volontà e coraggio che lo contraddistinguono, decide di rialzarsi. Vagando nei pressi di Cormano, a nord di Milano, trova un edificio abbandonato e sceglie di farne la sua casa. A distanza di tre anni, le autorità ed i proprietari dell’immobile vennero a conoscenza della presenza di Zak, ma nessuno si oppose alla cosa.


Scatto di Raffaella Tagliaferri che raffigura Zakaria Jemai

Negli anni a seguire, zio Zak, riesce a dare nuova vita a quel rudere abbandonato, trasformandolo in un luogo accogliente, confortevole e pieno di vita, grazie anche al suo amore per l’arte che lo ha sempre accompagnato.
Se fino a quel momento Zak ha dovuto affrontare questa parentesi della sua vita da solo, il destino ha avuto in serbo per lui una grande sorpresa. Infatti il casuale incontro con dei writers apre le porte ad una nuova vita per Zakaria e per lo stabile. Grazie a questo bellissimo collante che è l’arte, e grazie alla magia di questo luogo, sono nati migliaia di legami, di storie, di amicizie e di racconti attorno ad un tavolo condividendo un pranzo o un semplice bicchiere di vino.
Come avrete modo di vedere più avanti, quello che ad oggi è conosciuto come il “Castello di Zak”, trascende dal luogo fisico quanto dall’arte, esso infatti rappresenta qualcosa di più profondo, dove Zak è il mentore dal quale ogni artista trae ispirazione, umanità e cultura.

I primi artisti a scoprire il Castello sono stati la crewCanemortoedEma Jonesche, vedendo questo palazzo abbandonato, decidono di infiltrarsi per lasciare il loro segno, non sapendo però che ci fosse già qualcuno al suo interno. Ed è proprio lì che incontrano Zak. Come ovviamente ci si aspetta, inizialmente entrambe le parti erano spaventate l’una dall’altra, ma chiarite le intenzioni, zio Zak si mostra da subito interessato al lavoro degli artisti e da li inizia una chiacchierata che lo porterà a trattarli come veri e propri amici; porta loro caffè, prepara da mangiare e, da allora si instaura un ottimo rapporto.
Col passaparola, tanti writers e street artist iniziano a scoprire il posto, a frequentarlo, a decorare muri e creare installazioni.

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Scatti diRaffaella Tagliaferri📸

Il tempo passa e le richieste per contribuire al castello iniziano ad arrivare numerose da artisti da tutte le parti del mondo, tanto da portare Zak ad accertarsi della professionalità ed esperienza dei richiedenti. Il suo scopo era rendere il castello un vero e proprio tempio dell’arte, ma mai negando la possibilità a chi avesse meno esperienza di crescere e far strada, di maturare e trovare il proprio stile; da qui nascerà, ai piani superiori, quello che simpaticamente verrà chiamato “ignorant park”, dove ogni artista alle prime armi avrebbe potuto far pratica.
Camminando lungo i corridoi ci si imbatte in opere artistiche che lasciano senza fiato. Molte di queste hanno come protagonisti volti di donne, realizzati spesso con l’intento di celebrare la figura femminile e la sua bellezza.

❝Il Castello è la raffigurazione della donna, allora lo tratto come tale. Come una donna. Perché non c’è miglior compagnia di una donna.

zakaria jemai

Alle prime opere di Canemorto e Ema Jones sono seguite quelle di Tenia, Tilf, Pneone, Carlos Atoche e altri nomi nuovi o già celebri nella cultura della street art internazionale. Inoltre, contrariamente a quanto vediamo accadere nella quotidianità, la maggior parte degli artisti che hanno contribuito al Castello di Zak, sono proprio donne.

I murales e i dipinti che troviamo all’interno del Castello di Zak non sono le uniche chicche interessanti e curiose del posto. Infatti, ad accogliere gli ospiti ed i visitatori del Castello, c’è il salone principale che non è altro che un’area assai calorosa e conviviale contornata da molteplici oggetti curiosi ed installazioni particolari spesso create proprio da zio Zak. A seguire c’è una stanza utilizzata probabilmente per i mesi più freddi, con un caminetto per potersi scaldare, e un’altra stanza, invece, utilizzata in estate più grande e aperta.

Foto di Davide Ottavi

Per cause circostanziali, pare che Zak abbia pensato davvero ad ogni dettaglio; è organizzatissimo e anche green. In dieci anni ha ripulito per come meglio riusciva tutta la struttura, togliendo gran parte dei calcinacci, e ha persino imparato, guardando dei video su internet, a tenere lontani gli insetti grazie alle tecniche usate nei villaggi africani, e ha anche recuperato mobili e arredi gettati tra i rifiuti per dar loro una nuova utilità. Ricicla tutto, dall’acqua piovana alle bottiglie di plastica, poiché la struttura è ovviamente priva di acqua corrente e di elettricità. Per questa ragione, per chi decide di recarsi al Castello è buona prassi portare dell’acqua o lasciare un contributo, o perché no, anche una bottiglia di vino è sempre gradita!
Grazie ai contributi raccolti Zak è riuscito a recuperare un pannello fotovoltaico per produrre una piccola fonte di elettricità, con la quale, tra le tante cose, ascolta anche un po’ di musica.

La voce che si era sparsa riguardo al curioso Castello di Zakaria ha raggiunto anche molteplici fotografi e registi che, affascinati dalla bellezza di questo luogo, hanno utilizzato la struttura per i loro shooting fotografici di moda e spot pubblicitari. Persino Timberland, la famosissima azienda statunitense di calzature e abbigliamento, ha utilizzato il Castello come set per uno spot. È stato scelto anche per una sfida di softair, ed è addirittura diventato un posto dedicato all’arte terapia, dove tutti i bambini e ragazzi affetti da Disturbo dello Spettro Autistico sono i benvenuti, e possono dar sfogo alla loro creatività dipingendo le pareti con disegni degni di nota.

Zak ha avuto modo di costruire un ottimo legame anche con un rapper molto famoso nella scena italiana, che si è lasciato ispirare dall’imponenza e dal fascino del luogo per un suo progetto musicale:Ghali, che qui ha girato il videoclip della canzone “Habibi”. Inizialmente è stato contattato probabilmente dall’agente del rapper, o chi per lui si occupava della sua carriera artistica. È infatti proprio Zak a raccontare le prime dinamiche dell’incontro tra i due, e di come alla proposta “vorremmo girare un videoclip musicale all’interno del Castello” lui abbia immediatamente risposto chiedendogli di mandare il testo della canzone. Ebbene sì, potrebbe sembrare una pretesa un po’ bizzarra, ma basta scavare un po’ nelle sue narrazioni per capire che non gradisce un tipo di musica caratterizzata da testi o riferimenti a violenza e droghe, quindi in buona fede, e anche a causa di passate richieste da determinati cantanti, si è voluto accertare che nulla di ciò fosse incluso nel progetto musicale di Ghali.

❝Così mi ha mandato la canzone, e mi è piaciuta. Anche il ritmo mi è piaciuto, e ho detto che andava bene. Il giorno dopo è arrivato lui, ma quando mi ha conosciuto mi ha detto subito «io non ho niente da dire». È uscito e, la sera, è tornato con sua mamma. Sua mamma ha preparato da mangiare e.. sono venuti al Castello. Tutti e due. E da quel momento si è creato un legame tra me e lui. Ero felice di essere presente in un momento in cui lui aveva bisogno di quello.❞

zakaria jemai
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Scatti diDavide Ottavi📸

Ed io arrivato ad un certo momento della mia vita ho perso tutto, non avevo vicino nessuno, purtroppo. Un giorno mi trovo per terra, passando a Cormano vedo questo palazzo grosso, ed io non avevo neanche dove dormire. E sono
entrato, mi sono detto ‘vuoi che non trovo un buco per me in tutto questo spazio?’, e pian piano mi è piaciuto starci, perché dovevo per forza lottare e ad un certo punto andare verso una morte che almeno mi onorerà, non una morte dove nei giornali sarebbe comparso ‘trovato cadavere di un cittadino extracomunitario in una fabbrica abbandonata’, ed è un attimo vedere due mozziconi per terra e pensare ‘era dedito allo spaccio di stupefacenti’. Allora era quella l’eredità che dovevo lasciare ai miei figli. Non li ho cresciuti in quel modo, è la cosa che mi ha fermato dal diventare una bestia, un emarginato vero che per mangiare ti sbrana. Perché ho visto che dentro c’è Zakaria, l’artista. Da tutta la vita sono cresciuto in una casa di professori, sono cresciuto in mezzo ai libri e all’arte, e da allora ho questa passione.

Tutti quelli che entrano al castello trasmettono quel messaggio lì. Sono felici ma non sanno il perché, però vanno a casa e trasmettono quella felicità, quella serenità. E il giorno dopo mi arriva lei, con la mamma, con la nonna, con lo zio.. Non è solo street art, io lo chiamo la culla di Cupido. Perché non può entrare qualcuno al castello e non uscirne sorridente con un velo sul cuore.

zakaria jemai

Il Castello, purtroppo, è statochiuso nel 2020. Non c’è più, ma continua ad esistere grazie a mostre e proiezioni fotografiche e a vivere dentro ogni persona che si è lasciata ispirare e cullare da quella bellissima atmosfera che zio Zak stesso ha creato, insieme a molti altri artisti. Da alcune recenti interviste pare che si stia formando una cosa che prenderà il nome di Il Castello Errante di Zak, per la quale Zak ha raccolto un gruppo di questi giovani artisti che lavoravano al castello, e con cui ora sta portando in giro questa storia per Milano.
Come quasi sempre accade, sono le persone a rendere i posti speciali, ed il Castello di Zak ne è la prova. Ad oggi, infatti, il ricordo del Castello resta vivo in molte di quelle persone che hanno avuto la fortuna di recarsi all’interno del posto prima che venisse chiuso, ed il dolore e l’amarezza sono presenti nelle bocche di tutti quelli che lo hanno visto morire, Zakaria in primis. Ma a scavalcare il senso di rabbia e delusione, sono i migliaia di ricordi belli e di sensazioni uniche che chi ha vissuto continua a raccontare con estrema fierezza, tenendo vivo il ricordo. Ed è per questa ragione che abbiamo avuto il piacere di parlare con alcune persone che nel Castello di Zak hanno messo piede, cuore e anima. A seguire, le testimonianze che abbiamo raccolto.


“La mia esperienza è iniziata per la verità non tramite la street art, ho conosciuto Zak tramite un amico con cui condividevo la passione per un altro tipo di arte, ovvero il teatro. Lui aveva conosciuto Zak, non so per quale motivo, ed un giorno mi ci ha portata; da lì è stata amicizia. Quando ho avuto modo di vedere il castello ho capito che quello era un posto necessariamente da conservare e valorizzare, sia per una questione umana, per tutte le persone che sono passate di lì, sia per una questione artistica in quanto era chiaro che fosse un punto di riferimento importante per tutto quello che è libera espressione legato al mondo dell’arte urbana. Ho ritrovato amici che erano andati a pittare, e non lo sapevo, ho ritrovato tag e nomi di artisti di fama internazionale e anche nomi di artisti e artiste anche magari meno conosciuti ma altrettanto bravi. Da lì è nata anche l’idea di aprire la conoscenza di questo luogo al pubblico. L’abbiamo fatto tramite la mia associazione culturaleAnother Scratch In The Wallattraverso una serie di incontri con Zak, che venivano organizzati da noi dell’associazione, noi in realtà ci limitavamo semplicemente a fare un introduzione sul tema dell’arte urbana e ad accompagnare le persone fino all’ingresso del Castello. Poi all’interno del Castello si girava, in realtà erano le immagini a parlare, io tacevo e non raccontavo niente. Quelle visite, che poi appunto venivano effettuate in maniera autonoma dalle persone, vedevo che erano catartiche per alcuni; in un caso ho avuto il piacere di conoscere una persona che lavorava al Castello di Zak prima che questo diventasse il Castello di Zak e, davvero, ho visto tante facce contente, sorridenti, tante persone che ancora adesso mi chiedono se si può tornare al Castello. Purtroppo il fatto che il Castello sia stato chiuso e che insomma tutto quel patrimonio di arte, perché di quello si tratta, non sia più visibile (e anche prima era difficilmente visibile, di fatto si trattava di una proprietà privata) è molto triste e credo sia anche una grave perdita per quel che è il patrimonio artistico locale e nazionale italiano. Posti di quel tipo non vanno chiusi per essere asfaltati e ricostruiti con diciamo infrastrutture dedite solo al profitto, ma vanno conservate e valorizzate. Zak stesso aveva in mente un bellissimo progetto di rigenerazione e di recupero della struttura, che però ovviamente non è mai andato a buon fine. Il Castello poi è stato anche oggetto di un libro,La Fabbrica Della Street Art, realizzato da Giovanni Gianfranco Candida in arte Walls of Milano, che tra l’altro è il co autore con cui ho scritto anch’io un libro recente, uscito nel Marzo del 2021,Il Burrone E Il Salto, in cui raccontiamo con parole ed immagini la storia di vita e di professione fotografica di Walls of Milano calato appunto nell’arte urbana. Abbiamo ovviamente parlato anche del Castello di Zak, era inevitabile farlo, anche perché Gianfranco ha avuto appunto questa grande relazione d’amore con quel luogo al punto di averci scritto un libro, e anche noi nel nostro abbiamo ripreso quei posti, quelle fotografie, quelle storie, quelle persone che hanno costruito il castello.”


“Io non conoscevo il Castello di Zak, l’ho scoperto tramite degli amici appassionati di street art che a loro volta conoscevano questo tour organizzato da Another Scratch in The Wall. La visita è stata bellissima; i ragazzi ci hanno spiegato tutte le opere presenti e che erano state fatte, e la cosa secondo me molto bella del Castello era proprio di sentirsi come in una casa. Quando vai, sai che stai andando a casa di qualcuno. E quindi avevo proprio questa sensazione, e mi sono trovata molto a mio agio. Della serie ti puoi sedere dove vuoi, ti puoi fermare quanto vuoi. C’è stato proprio un bel momento di condivisione quel giorno, perché lui aveva preparato da mangiare e ci ha raccontato tutta la storia. Sicuramente a livello di sensazioni ed esperienza è proprio questa cosa del sentirsi a casa, sentirsi libero. Tra l’altro il posto era tenuto benissimo, cioè voglio dire, è un palazzo abbandonato. Un rudere che non viene sfruttato da nessuno, inutilizzato, un ingombro che non serve a niente.. Ed una persona arriva, costruisce tutte queste cose e poi.. quando diventa proprio casa sua viene buttato fuori. Questo a me fa molto innervosire.”

Scatti di Elisa Bardoni 📸

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“L’esperienza con lo zio Zak è stata splendida; nel 2019 ho fatto uno stage con le ragazze che fanno danza con me, e come finale per concludere questo percorso avevamo pensato di registrare la coreografia in un luogo particolare, così abbiamo avuto l’ok dallo zio per registrare all’interno del Castello. Quindi siamo andati lì, appena dopo pranzo con il pranzo a sacco e siamo tornati a casa alle nove di sera. Un grazie grandissimo a Zak perché ci ha dato questa opportunità più unica che rara mi vien da dire. Le ragazze, a fine giornata, erano contentissime, c’era proprio un entusiasmo che quasi si poteva toccare. E per me è stata una fantastica esperienza, perché ho chiaramente avuto l’opportunità di girare la mia coreografia in un posto unico come il Castello di Zak. E’ un posto magico, è veramente magico.. Sono contenta di aver fatto questa esperienza, la rifarei ad occhi chiusi.”


Scatti diRaffaella Tagliaferri📸

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